#Prologo
L’incontro con Augusta si divide in due tempi.
La prima volta la incontriamo nella sua casa di Fiume Veneto, la seconda volta sarà diversi mesi dopo, nella sua vecchia casa a Barcis.
Il racconto fotografico è un continuo spostarsi in questi luoghi e tempi diversi, come lo scorrere dei ricordi e della memoria va naturalmente avanti e indietro, le parole e le immagini sono un intreccio continuo di flashback nel presente della storia.

#Così sono nata io
Gli occhi di Augusta parlano.
E’ la mamma di un amico, la sua storia familiare parte da Barcis, un Comune montano del pordenonese. Bisogna salire a circa 400 metri nel cuore della Valcellina, un’area alpina a cavallo tra le Prealpi Carniche e Bellunesi.
Noi però ci sediamo nella cucina della sua casa a Fiume Veneto, un pomeriggio d’inverno.
Con Moreno, uno dei suoi figli e Mitch, un amico pronto a registrare questo piccolo diario personale.
A Barcis, l’acqua non è mai stata solo un elemento, ma il confine tra un prima e un dopo. L’acqua grande, quella del “Lac di Barce”, il lago artificiale sorto sulle vecchie valli, non ha cancellato la vita, ma per certi versi l’ha costretta.

Augusta è del ‘44. Mentre ci offre un caffè e una fetta di torta comincia raccontandoci di Amelia e Serafino, i suoi genitori e di un matrimonio arrivato tardi, dopo i quarant’anni, e celebrato in fretta.

Nel ‘41 si sposano, e lo stesso giorno di mattina presto, prendono la corriera destinazione Vicenza per quelle che dovevano essere le “nozze”:
Arrivati in città nessun albergo li accoglierà: mancava la licenza matrimoniale e se ne tornarono a Barcis in giornata.
Le distanze e i mezzi di un tempo, che ormai sembra preistoria, sono emergono spesso in tanti piccoli aneddoti di augusta, come il racconto della mamma di Augusta, che avendo difficoltà a rimanere incinta, un giorno si recò in ospedale a Spilimbergo per un piccolo intervento, senza avvisare il marito.
E Serafino appena venne a saperlo pensò bene di raggiungerla in bicicletta, facendosi 32 km e riportandola a Barcis sulla canna della bici.
“E cosi sono nata io”.

#La fatica
– “Prima che nascessi io, mia madre aveva lavorato per quattro anni “a servizio” a Milano. Ricordava di inviare a casa 250 lire al mese, facendo la “cresta” sulla spesa.”
Tornata a Barcis, la vita di Amelia divenne la fatica comune delle donne del paese: fienagione, allevamento, trasporto di legna e carbone.
– “Lavoravano come bestie”.
Nonostante la povertà, Augusta ricorda sua madre come una donna generosa.
Quando c’erano viandanti di passaggio li ospitava o portava la polenta e formaggio al vicino poverissimo che, spinto dalla fame, mangiava il pane vecchio dei conigli.
– “Era ospitale, dava da dormire a tutti, un piatto di minestra a chi aveva fame. Se non va lei in paradiso, veramente non so chi ci può andare”.
Il padre Serafino, pur essendo il quarto di sei fratelli maschi, a 16 anni partì al fronte nella Prima Guerra Mondiale a scavare trincee.
E in guerra perse il primo fratello.
– “A fare cosa delle guerre? tanto di terra ce n’è per tutti, un po’ di umiltà, mandano sempre i poveretti a fare le guerre, non vanno i ricchi, quelli si salvano sempre”.

Il padre dopo la guerra emigrò per un breve periodo nelle miniere in Belgio.
Al suo rientro lavorò per una cooperativa di boscaioli, svolgendo i lavori più duri.
– “E’ andato a fare il mulo. Lo bidonavano in tutte le maniere”.
Mentre la madre le raccontava del lavoro alla “stua” (la diga temporanea per il legname) che era un lavoro pericoloso soprattutto in inverno, dove per il freddo le gonne delle donne si gelavano e “stavano in piedi da sole”.
A settant’anni, Serafino continuava a lavorare nel bosco e Augusta lo aiutava a tagliare e trasportare la legna, “Non mi sentivo di lasciarlo da solo. Era anziano, ha lavorato tanto nella vita. Tanto ed io nella mia vita, ho fatto il lavoro sia da maschio che da femmina”.
Fa una piccola pausa, un sospiro: “noi ce l’abbiamo avuta dura ma loro più di noi”.

#Ceneri di case e paesi, l’11 settembre
All’alba dell’11 settembre, truppe naziste supportate da collaborazionisti fascisti circondarono l’abitato di Barcis.
Gli abitanti furono costretti ad abbandonare le proprie case in fretta, portando con sé solo il minimo indispensabile mentre i soldati passarono di casa in casa versando benzina e liquidi incendiari, appiccando il fuoco sistematicamente.
In poche ore, 180 abitazioni (quasi l’intero centro abitato) furono ridotte in cenere. Così anche anche i fienili, le stalle e le scorte alimentari per l’inverno.
Anche la casa di Augusta fu bruciata e la famiglia, con lei di pochi mesi, trovò rifugio in Val Pentina.
– “Mia madre mi raccontava che in una notte fredda con pioggia intensa dormimmo in una baracca improvvisata di lamiere. Fummo fortunati: la nostra casa, l’unica ad avere il soffitto in cemento grezzo e sbarre di ferro, resistette in parte”.

Dopo qualche mese dal primo incontro in pianura, quando il tempo s’è fatto mite, con l’incedere della primavera siamo finalmente saliti nella vecchia casa di Barcis e da lì con il figlio abbiamo provato a salire verso la Val Pentina alla ricerca di quei ruderi che avevano ospitato la loro famiglia dopo l’incendio nazifascista.

Dai racconti di Augusta, convinta che le case ci fossero ancora, abbiamo camminato alla ricerca di qualche scorcio che potesse darci un frammento di mattoni tra la vegetazione sul dirupato verso il torrente.
C’erano ancora, erano proprio lì.

Inglobati dagli alberi, quei resti di muri perimetrali che avevano dato riparo ad Augusta e la sua famiglia dopo i rastrellamenti, mi appaiono così incredibilmente preziosi.
Quel che resta di storie che non fanno la Storia.
Dopo la guerra, i genitori di Augusta ricostruirono sulle vecchie mura.
Mentre Serafino tagliava i tronchi per il tetto, Amelia portava la sabbia dal fiume nella gerla per la malta.
– “Avevano le piaghe sulle spalle da quanto lavoravano”.
#Assaggi d’infanzia
La casa non aveva né acqua né luce.
La culla di Augusta era una cassetta di legno con un po’ di paglia.
Ai bambini piccoli davano brodo di fagioli, latte e lo zuf.
– “Lo zuf si faceva con metà latte, metà acqua, farina di polenta e di frumento, con un pizzico di sale”.

Il pasto più abbondante era al mattino, con uova e polenta. La sera, minestra e formaggio, “che facevamo in casa, grazie alle due mucche che ci permettevano di sopravvivere tutto l’anno”.
Le sue prime scarpe, le “palote”, zoccoli di legno d’acero e cuoio, testimonianza di un’epoca dove tutto era fatto a mano, con l’ingegno della necessità.
Me le mostra, le ha custodite ancora e sorride.
E poi continua.
La farina, ottenuta dal granturco macinato al mulino, con una manciata in più lasciata in un sacchetto, una tacita offerta per i più poveri.
La latteria come un “santuario”, dove gli avanzi venivano distribuiti a chi ne aveva bisogno.
– “A scuola c’era la refezione e Amabile ci faceva da mangiare. Lei sapeva chi erano i bambini poveri che mangiavano poco e gli faceva sempre “replica”. In paese c’erano persone poverissime, ma c’era solidarietà.”
La trama della comunità in un tempo dove il mutuo aiuto era la parte di un tutto che teneva assieme la gente.
Augusta ricorda che giocava con bambole di pezza ma che a 7 anni, in estate, la mandavano in malga a portare il tabacco o il caffè al nonno.
– “Andavamo soli per il bosco, a volte senza conoscere il sentiero. Ad ogni rumore prendevamo spavento perché la sera ci raccontavano favole paurose. I vecchi si divertivano così”.
Con gli occhi ballerini Augusta ricorda il primo maglione che fece al papà da ragazzina.
– “È venuto duro come una tavola, non avevo esperienza. Quando gliel’ho dato lui mi ha detto: l’ hai fatto tu? Questo sì che tiene caldo. Era felice.”

#Emigrazione, amore, emigrazione
A inizi del ‘900 Barcis contava quasi 2000 abitanti, oggi se ne contano poco più di 200.
Negli anni ‘50 il paese continuava a spopolarsi rapidamente a causa della povertà.
L’unica alternativa era emigrare.
A 13 anni va a lavorare in un albergo, dove conosce Manlio che diventerà suo marito. Si scrissero per nove anni e Augusta chiosa con quella voce forte e cadenzata come un saliscendi: “è stata una bellissima storia. Non potevo trovare di meglio, era un uomo rispettoso“.
Ma il lavoro non c’era e così partirà per la Germania a 16 anni, senza mai aver preso un treno né sapendo una parola di tedesco.
– “Magari avessi lavorato per i tedeschi, loro erano onesti sia nel versare contributi che su orari e contratti di lavoro“.
E poi racconta dello zio, il fratello della mamma, che dopo essere stato prigioniero di guerra, emigrò in Argentina. Nel ‘63 tornò a trovare i parenti.
– “Ci vogliono 40 giorni di nave per attraversare l’oceano e lo zio per pagarsi il biglietto andò ad Agordo a prendere viti per gli occhiali, le nascose nel fondo della valigia per poi rivenderle in Argentina. Poverino, non è più tornato e non abbiamo più avuto notizie di lui”.

Ascoltando Augusta, con quel suo tono pacato ma fermo, ricco di una storia familiare che solca tutta la storia del ‘900, penso ai poco meno di 30 milioni di italiani emigrati in ogni parte del mondo, uno dei grandi rimossi nel dibattito che tanto accalora l’opinionismo di questi anni, sbraitando tra l’invasione e le paure alimentate per raccattare voti.
#C’è posto per tutti
Oggi, Augusta vive a Fiume Veneto ma torna a Barcis dove la sua casa è mantenuta da Angelo, un muratore macedone, in cambio di ospitalità. Angelo lavora sodo e manda tutto ai familiari.
– “L’anno che l’abbiamo ospitato dormiva al piano di sopra che è senza riscaldamento. Per scaldarsi teneva sotto le coperte delle bottiglie di plastica riempite con acqua calda […] Gli voglio bene come ad un parente.
Lui è stato fortunato a trovare noi e noi a trovare lui“.

Ed è proprio con la bella stagione che conosciamo Angelo.
Ci accoglierà raccontando direttamente la sua storia di migrante e di neo barciano.
Augusta riflette sull’accoglienza: “per me sono tutti esseri umani, c’è posto per tutti, non guardo da dove si viene”.

La costruzione della diga, nei primi anni ’50, fu un evento di proporzioni epocali, ma il progresso, ci racconta Augusta, non toccò la maggior parte delle persone.
Il lago inghiottì coltivazioni e l’equilibrio millenario di un torrente fu spezzato, trasformandolo in una cava infinita.

A Barcis hanno tolto il punto medico, la farmacia, l’asilo.
Le facciate delle case sono chiuse da anni, proprio quelle costruite con le rimesse degli emigrati.
Una tristezza le vela gli occhi, un’emozione sottile ma profonda.
Quello che oggi ci appare come una bella foto da cartolina è dunque un’illusione a cui aggrapparsi.
#Tra ricordo e memoria
Il tempo è passato in fretta e prima di salutarci, Augusta ci offre un’altra fetta di torta.
Ma non basta.
– “vi dò 5 o 6 uova da portare a casa. Dopo ne porto qualcuna ad Adelina. La mia vicina”.
Ce ne andiamo che è ancora giorno.
Un secolo di Storia in un pomeriggio, di quella Storia fatta di tante storie semplici, comuni, memorie come vuoti a perdere.

#Epilogo
Sono appoggiato su Ponte Antoi, di ritorno dall’incontro a Barcis, mi fermo a scattare un’ultima foto al lago incastonato tra le montagne.
E mi risuonano alcune sue parole.
Quando raccontava di quel fieno che le ragazze portavano giù dalla montagna: “almeno 50 kg in quelle ceste che legavano con le corde, facendo un buco al centro per caricarle. Scendevano e risalivano cantando.”

Un canto che il lago non conosce.
Eco di voci soffocate dal mormorio delle turbine.
Stefano Raspa






