#Un giorno
Ho conosciuto Claudio che fa il pescatore a Marano lagunare.
E suo figlio Fabrizio.
Fabrizio ha 22 anni e aiuta suo padre quando può.
Studia elettronica al conservatorio e da quando ha 16 anni, mi racconta, prende lo scafo, segue la barca da pesca del padre e sotto il sole agostano di giornate cocenti si fa 4, 5 o anche sei calate.
Decenni fa in questa laguna, la più estesa della regione (FVG) e tra le più importanti in Europa, potevi contare anche più di 300 pescatori.
Oggi sono meno della metà.
Forse.
Ma cosa vuol dire essere pescatori a Marano Lagunare?
Prima di partire leggo un po’ di notizie. Kabul viene riconquistata dai Talebani, continua la pandemia globale mentre l’ultimo studio sui cambiamenti climatici, presentato dall’IPCC all’ONU, ribadisce che il punto di non ritorno per le risorse del pianeta terra è già oggi.
Zaino pronto, un caffè e parto.
Cosa vuol dire essere pescatori a Marano Lagunare?
Provo a raccontarlo.

#Un incontro
6 ore d’incontro. Quante mi sono servite per questo viaggio.
6 ore di ascolto. Soprattutto di silenzio, di pelle che si brucia piano, di quegli odori tenui ma avvolgenti tra velme e barene e dii fanghi salmastri dove s’incrociano la foce e il mare.
E i tuffi veloci delle picchiatelle, gli unici che ringraziano i pescatori per quella caccia, perché caccia è.
S’inizia un lunedì di mattina appena dopo l’alba.
Partiamo dal porticciolo da pesca, dove un ponte di ferro separa la Riserva Naturale della Valle Canal Novo da l’ex Maruzzella, il grande stabilimento dove fino a una quindicina di anni fa si inscatolava il famoso tonno.
Uno stabilimento appoggiato su quelle che rimangono le antiche mura di Marano ovvero il Baluardo di Sant’Antonio, in parte inglobato dalla fabbrica ormai abbandonata.
Mura abbattute alla fine dell’800, quando nuove scoperte consigliavano che le malattie endemiche ed epidemiche si dovevano combattere arieggiando gli ambienti.
Mica è una storia facile quella delle mura a Marano, comprate, cedute, abbattute.
Contese vecchie e vecchie recriminazioni.
E pure canzoni:
“[…] Le mure le ze nostre e no de Carandon, sior Pimico de note, ze ‘ndò in tombolòn[…] *.

#I cali
Con Fabrizio, caricato lo scafo, si parte per Paluo di Muzzana, seguendo Claudio e la sua barca, sembra mare aperto ma è laguna.
Se ti tuffi, tuffo non è: l’acqua più fonda ti arriva al petto.
Ma vicino ai canneti dove si tirano le corde l’acqua può arrivarti alla vita.
Il primo è il calo della Taiadussa.
-“eh, loro sanno proprio tutti i nomi delle zone”, mi spiega Fabrizio.
Così vicino ai canneti ancora piegati come fosse appena passato un vento forte, conosco altri due pescatori.
Si presentano: c’è Bruno con un bel sorriso e l’età di Claudio e poi “mi son Giani…con due enne eh!”, dieci anni in meno e la siga in bocca che l’accompagnerà per tutte le ore di lavoro.

– “Questa è una pesca a circuizione lenta”, saranno probabilmente le poche parole non in maranese.
Che è una variante veneta.
Anche se siamo in mezzo al Friuli.
Cos’è una calata (i cali)?
Prima la poesia.
Sono ore faticose di braccia tese e paziente attesa, tra i canneti lagunari e la fanghiglia sotto gli stivali scafandro, per una paga di una giornata. In questa terra antica dove il lavoro a giornata che non ha mai reso ricchi generazioni di uomini, sta scomparendo. E non così lentamente come possiamo pensare.
E adesso la lezione, precisa, di Claudio.
Una rete da pesca è fatta di suri (palle di legno galleggianti) in cima, lungo tutto il cordone che sta a galla e poi sotto, a contatto con il fondale, il piombo che è in realtà corda. Corda affondante.
Si parte da lontano, immergendola, dalle estremità, e lentamente come lento è l’ondeggiar della laguna, dopo più di mezz’ora dall’estensione di un campetto di calcio delle due barche, cominciano a serase.
Così la rete diviene sempre più una tratta lunga e stretta, un corridoio, lasciando al punto opposto ai pescatori il cogòl, una specie di fisarmonica a più comparti.
Pescatori che tirano. E tirano forte perché l’attrito del fondale rema contro come non ci si può immaginare.
A volte il piombo s’incaglia ed è tignùa. E allora bisogna insistere e tirare senza strappare.

Gianni è al centro, nella parte alta vicino ai tre che tirano la corda, e cosa fa? Accovacciato e indaffarato con le mani e le braccia a mollo, cosa fa? L’ho saputo dopo.
Tira il piombo a se e lo tiene pressato al fondo. Mentre gli altri tirano la rete con il viso corrucciato e i nervi tesi. E i pesciolini seguono il corridoio cercando l’uscita.
Così, molto lentamente, si accatasta sulla barca l’intreccio di corde, la rete, e rimane questa fisarmonica a scomparti, dove le anguele (il latterino), finiscono ormai la loro corsa.
– “E’ una pesca selettiva, molto selettiva” spiega bene Bruno.
D’altra parte disincagliare la rete, raccogliere continuamente erbacce, alghe e fanghiglia per sbrogliarla è gran parte del lavoro di questa gente di mare, con le braccia nere e le rughe scolpite.
E infine quando chili di anguele saranno versate nel cassone, mischiate al ghiaccio, un altro lavoro di selezione nel frattempo è già stato fatto: ributtando in mare altri pesci, granchi e tutto ciò che non è il pescato della calata.

#La fatica
E ora di rimettersi in moto. Si passerà al secondo calo agli Alberassi e poi in ta la Tajagranda. E sarà sempre la stessa pazienza, gli stessi sguardi, il parlarsi a gesti o a parole smozzicate.
Sarà sempre la stessa fatica, la fatica per 8 € al kilo, che “una volta erano almeno dieci ma oggi va così”.
Fabrizio mi accompagna e riscende a lavorare. E lo fa con dedizione, come un dovere, con grinta e dolcezza.
Anche se, mi fa capire, non sarà mai il suo lavoro quello lì.

Mi spiega della musica tra una calata e l’altra, mi chiede del mio lavoro a scuola, parliamo di software e studenti.
Mi viene da sorridere tra me e me…digital divide, DAD, montaggio non lineare, Ableton. mentre si sfreccia tra i Casoni, che sembra di stare in Laos o Cambogia, e fra gli spruzzi marini si osservano filari di cigni al largo che sembrano surreali scene di Buñuel.
File e file di grasiùi, che servono ad un altro tipo di pesca, stesi al sole.
Il sole è a picco.
All’ultima calata il volo delle picchiatelle che si tuffano pescando a colpi cadenzano i minuti.
Pochi anni fa ricordo un contenzioso, non del tutto concluso, dove l’antico uso civico della laguna, quella che da sempre è di chi l’abita e la vive, di chi ci lavora da generazioni, ora ha cambiato proprietà. La regione se l’è comprata e restringe, ostacola, mette veti e divieti, mentre autorizza alcune imprese a scaricare in laguna fanghi di dragaggio.
Pare che si sia mangiata la laguna per sputare i pescatori. Un’ode al turismo, rende di più, meglio le villeggiature al mare, meglio cemento e grandi eventi, meglio lasciare ai pescherecci più grandi la pesca intensiva.
Sempre meno ai pesci piccoli, umani e non, come è profondo il mare? Poco.
D’altra parte la fatica non paga mai.
Pasolini l’aveva capito presto e c’ha pianto mezza vita, Medea a parte. L’altra mezza gliel’han portata via.
La fatica non ripaga mai.
Un pescatore lo sa, l’ha sempre saputo, ma accarezza il suo destino.

#L’asta
E’ quasi l’una, forse è proprio l’una. S’intravede la torre millenaria dal canale e si attracca al molo della pescheria all’ingrosso.
Burocrazia. Una sessantina di kili di anguele (mi dicono un pescato medio) saranno accatastate in apposite ceste di polistirolo prontamente etichettate.
Poi col carrello si va verso l’asta. Che parte dal prezzo più alto e scende al ribasso.
Pescivendoli, ambulanti, pescherie grandi e piccole. Varia umanità vociante partecipa per accaparrarsi il pescato di giornata.
E’ l’atto finale, pare.
Claudio esce, il prezzo è stato già contrattato.
Ci salutiamo con un sorriso, tempo di sistemare le foto e poi di riguardarle assieme.
Sono le 14.30, ho voglia d’acqua fresca e di magiare un boccone.
Ho le braccia che scottano e un paio di schede piene di scatti.
La fatica e il silenzio saranno in bianco e nero, il contrasto segnerà il confine tra un racconto che nasce con una storia ma che ne contiene almeno due, più facilmente tre e la laguna.
Ma non è davvero la fine.
#Rammendare
Torno alle 17.00 di un lunedì di settimane dopo.
Claudio mi aspetta al porticciolo sulla sua barca attraccata. C’è una piacevolissima brezza.
Lo vedo intento a rammendare, ricucire e rimettere a posto la sua rete da pesca.
Mi sorride, un saluto, ho in dono una bottiglia fresca di un bianco di Medeano.
Ago e filo. E’ una lavoro di pazienza, è un antico mestiere.
D’altra parte per il suo lavoro la rete è tutto quello che davvero ha. Poche cose in più, oltre la barca.
Mentre lo guardo rammendare, penso.
Un pescatore deve saper riparare.
Le ferite di una laguna che ha bisogno dei suoi tempi e che la pesca deve rispettare.
Funziona così da tanto tempo.
Un pescatore deve saper riparare.
Le ferite che continui declivi e poi acclivi del fondale assestano alla rete durante le calate.
Un pescatore deve saper riparare.
Nella casa che gli è cara.
Anche se i figli non continueranno il lavoro dei padri.

E la laguna, dicono, morirà di acqua alta.
E noi che a rammendare, ricucire e rimettere a posto non abbiamo mai imparato, guardiamo queste mani muoversi come la superficie delle onde.
Possiamo guardare e immaginare.
Provare a fotografare un mondo, prima della fine del mondo.
Stefano Raspa
*È consolidato il detto che le mure le ze nostre, modo di dire che riprende una vecchia canzone maranese. In realtà il materiale delle mura era stato acquistato da un impresario edile, il signor Carandon, già sindaco del comune di Muzzana del Turgnano, che risultava proprietario di altri mappali in fortezza.
Una volta stabilito il prezzo per l’acquisto del materiale (pietre d’Istria), il signor Carandon cedette le mura al Comune con atto notarile. Ma le pietre delle mura erano ‘sentite’ dai locali come ‘nostre’, da lì nacque la canzone a fine Ottocento: “… Le mure le ze nostre e no de Carandon, sior Pimico de note, ze ‘ndò in tombolòn …”.
-Tratto da un testo di Maria Teresa Corso.






